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Commento critico a

"La sperimentazione animale. Aspetti giuridici e sociologici"
di Stefania Menicali
Introduzione

a cura di Mario Campli



La tesi portata avanti nell'introduzione è ambigua. Da una parte si condanna come "antropocentrico" -connotando questo termine di una valenza negativa- il rapporto tra uomo (tra uomo occidentale) e la Natura e gli animali; d'altra parte, però, non si scorge minimamente come tale rapporto dovrebbe o potrebbe essere configurato. Dal momento che tale rapporto rappresenta, in definitiva, il risultato delle interazioni tra l'uomo e l'ambiente così come sono andate sviluppandosi, biologicamente e storicamente, nella evoluzione naturale e nella sopravvivenza della nostra specie, riesce difficile immaginare un modo differente, non utilitaristico, di interpretare la Natura, che non sia una "risorsa". L'uomo vive in un ecosistema, sfruttandolo per i propri fini: ne fa parte lui stesso, come ne fanno parte gli animali e i vegetali.
Questo non rende la Natura stessa un "oggetto" passivo, una cosa di cui disporre a proprio piacere, dal momento che è poi la Natura a plasmare, per mezzo della evoluzione, i vari attori della rappresentazione della vita, ciascuno intento a perseguire il suo scopo: la propria sopravvivenza individuale e quella di specie. L'uomo, risultato del naturale processo evolutivo che in quattro miliardi di anni ha condotto la vita dal brodo primordiale all'attuale civiltà, lungi dall'essere il "padrone" del mondo, ne è figlio, e tanto dipendente da non poter sopravvivere alla distruzione del suo ecosistema: e la Natura, più che serva dell'uomo, ne è la dominatrice, e giudice ultimo del nostro successo evolutivo e delle nostre capacità di adattamento e sopravvivenza, dal momento che il rischio dello sfruttamento scriteriato e irragionevole delle risorse naturali è l'estinzione.
In questo senso è facile vedere che un atteggiamento di "protezione" nei confronti della Natura, o di "altruismo" nei confronti delle altre specie, non sono che forme velate di "antropocentrismo", un subdolo aspetto dell'egoismo di specie: chi si batte per l'ambiente non fa che lottare per preservare l'ecosistema che consente la sopravvivenza dell'uomo.

Del tutto fuorviante l'analisi della "cultura occidentale", assimilata tout court alla cultura e al metodo scientifico. Vero che con Galileo si passa dallo studio qualitativo allo studio quantitativo della natura, perchè...

"La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi agli occhi (io dico l'universo), ma non si può intendere se prima non si impara a intender la lingua, e conoscer i caratteri, ne' quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi ed altre figure geometriche, senza i quali mezi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro labirinto".

Falso, però, che il mondo divenga conoscibile all'uomo «...non in virtù dei suoi sensi ma attraverso l'applicazione di modelli matematici al mondo fisico...». Si disconosce, in tal modo la lezione di Galileo stesso, che pretende il rigore matematico, ma altrettanto fortemente esige che la conoscenza sia figlia dell'esperienza:

"Signor Simplicio, venite pure con le ragioni e con le dimostrazioni, vostre o di Aristotile, e non con testi e nude autorità, perchè i discorsi nostri hanno da essere intorno al mondo sensibile, e non sopra un mondo di carta".

Anche il coevo Francis Bacon riconosce il carattere empirico della scienza. Passare allo studio quantitativo della Natura significa sottoporre all'attenzione della scienza tutto ciò che è accessibile ai nostri sensi, e perciò misurabile: mentre resta escluso dall'indagine scientifica ciò che è intangibile e quindi non misurabile. Tale criterio vale ancora oggi, quando pur tuttavia possiamo avvalerci di appendici tecnologiche che espandono i nostri sensi e ci permettono di vedere -e misurare- l'invisibile. L'impiego di modelli matematici è la conseguenza, e non la causa, della osservazione oggettiva della natura; ha sempre dovuto misurarsi con l'errore, sistematicamente introdotto dalla imprecisione degli strumenti di misura, e poi, man mano che il livello di esplorazione della Natura si faceva sempre più profondo, ineludibilmente intrecciato con la indeterminazione del reale, che finisce per assumere un carattere non nettamente definito a livello quantistico. E' ormai da tempo che la scienza rigetta l'idea di un osservatore lontano dall'oggetto osservato, neutro ed ininfluente nei suoi confronti.

Anche la pretesa di intendere il riduzionismo come «...il convincimento che per comprendere qualsiasi fenomeno è sufficiente scomporne le parti, studiarle singolarmente e, infine, relazionare i risultati ottenuti, ricorrendo a formule matematiche...» è grottesca e assolutamente non condivisibile da chi si occupa di scienza e metodo scientifico. Una analisi concisa di questa idea è ben descritta nel volume "L'orologiaio cieco" del biologo Richard Dawkins, ed è tanto significativa da meritare una citazione integrale.

"Per coloro che amano i tipi di nomi in «ismo», il nome più adatto per designare il mio approccio al problema di capire come funzionano le cose è probabilmente «riduzionismo gerarchico». Chi è abituato a leggere riviste di cultura può aver notato che il «riduzionismo» è una di quelle cose, come il peccato, che vengono menzionate solo da coloro che le combattono. Designare se stesso come un riduzionista è un po', in certi ambienti, come ammettere di mangiare bambini. Ma come in realtà non c'è nessuno che mangi bambini, così nessuno è veramente un riduzionista in un qualsiasi senso contro cui valga la pena di prendere posizione. Il riduzionista inesistente -il tipo a cui tutti si oppongono, ma che esiste solo nella loro immaginazione- cerca di spiegare le cose complicate direttamente nei termini delle parti più piccole, e persino, in alcune versioni del mito, come la somma delle parti! Il riduzionista gerarchico, invece, spiega un'entità complessa, a un qualsiasi livello particolare nella gerarchia dell'organizzazione, nei termini di entità che si trovano solo un livello più in basso nella gerarchia; entità che sono probabilmente a loro volta abbastanza complesse da esigere un'ulteriore riduzione alle loro parti componenti; e via dicendo. Non occorre dire -anche se si ritiene che il riduzionista mitico, che mangia i bambini, lo neghi- che i tipi di spiegazione che sono adatti ai livelli superiori della gerarchia sono del tutto diversi dai tipi di spiegazione che sono adatti ai livelli inferiori. Ecco perchè le automobili si prestano a essere spiegate nei termini di carburatori ma non nei termini di quark. Ma il riduzionista gerarchico crede che i carburatori si spieghino a loro volta in unità ancora minori, le quali si spiegano in ultima analisi nei termini delle più piccole fra le particelle elementari. Il riduzionismo, in questo senso, è solo un altro nome per designare un onesto desiderio di capire come funzionino le cose"

Appare superficiale l'analisi del ruolo e del lavoro di Claude Bernard, l'illustre fisiologo francese che con molti altri scienziati del suo tempo (Pavlov, von Helmholtz, Ludwig, Magendie) ha contribuito non poco alla evoluzione delle conoscenze mediche. Bernard ha avuto la sfortuna di teorizzare con fervore l'importanza del metodo e della fisiologia sperimentale, con osservazioni ancora oggi assolutamente condivisibili, ed è sicuramente il più citato scienziato da parte degli animalisti, ma non è stato certo l'unico o il più significativo degli sperimentatori; e se le sue idee su "ambiente interno", omeostasi e metodo sperimentale hanno conquistato la comunità scientifica è stato per la loro forza e capacità di convincere, perchè fare scienza, allora come oggi, è una attività sociale, un'impresa collettiva: raggiungere il più vasto e razionale consenso di opinione sugli argomenti studiati.

La attenzione di certe sette induiste nei confronti degli animali sono diretta conseguenza della credenza che le anime dei mortali possano reincarnarsi in altre forme viventi; tuttavia l'induismo è una realtà assai multiforme, nella quale convivono sette come quella citata dei genu, a fianco di sette che non disdegnano il sacrificio degli animali (sacrificare non equivarrebbe ad uccidere...). Non mancano altri esempi di paesi orientali, teoricamente permeati di valori culturali pacifisti e rispettosi della natura (o almeno così interpretati dagli occidentali...), nei quali un passatempo diffuso è rappresentato dal combattimento dei galli. Insomma, certi comportamenti sono davvero «...estremi per noi quasi fantascientifici...»; più interessante sarebbe capire se tali comportamenti rappresentino un sostanziale vantaggio per gli animali, siano esportabili, ed applicabili a vasti strati di popolazione occidentale. I "vegani", vegetariani che hanno optato per tale scelta a causa di un rispetto estremo per gli animali (dunque "vegetariani" ed "animalisti") si alimentano solo con frutta, verdura e cereali, rifiutando prodotti come uova, miele, latte e derivati che presuppongono lo sfruttamento degli animali, ed in un tentativo di coerenza rifiutano scarpe e cinture di cuoio, e tentano di fare a meno dei farmaci -sviluppati con la sperimentazione sugli animali-. Ma questi tentativi naufragano in partenza, se si considera che semplicemente vivere nella società occidentale, inurbata e industrializzata, comporta comunque un impatto ambientale negativo per la Natura e i suoi abitanti. E' evidente, perciò, che una scelta di rispetto estremo per gli animali è utopia, e ogni volta che si stabilisce un limite oltre il quale certe cose non sono lecite, e al di la del quale sono permesse, tale confine è arbitrario, e sono altrettanto valide le motivazioni di coloro che lo vogliono più in qua o più in là.

Infine, spiace vedere utilizzato in un documento che pretende «...di stimolare il lettore a sviluppare o raffinare un atteggiamento aperto, curioso e critico sull'utilizzo dell'animale nella ricerca...» il termine "vivisezione", che, oltretutto, è estremamente limitativo e con connotazioni emotive assai forti, mirate a scuotere ed influenzare l'interlocutore. In un'epoca nella quale la sperimentazione scientifica sugli animali comprende ben altro che la "sezione di animali vivi", la quale, peraltro, può essere altrettanto ben eseguita senza alcun dolore e sofferenza mediante farmaci analgesici ed anestetici, la scelta di un termine così anacronistico appare fortemente viziata da un pregiudizio di fondo che mal si sposa con la pretesa imparzialità e il rifiuto della emotività irrazionale.

Noto a margine che la nota 2 alla Introduzione riporta una informazione assai distorta quando afferma che la legge 281/1991 avrebbe posto fine al fenomeno della "vivisezione" degli animali accalappiati e non reclamati da alcuno. Non per nulla la descrizione esemplificativa di questa pratica viene fatta risalire ad un romanzo di Malaparte del 1949. In realtà, pur non potendo escludere in assoluto l'episodica evenienza di simili fatti, si fa presente che nel 1991 già da anni i laboratori che effettuavano ricerca su animali avevano stringenti necessità in fatto di condizioni igieniche, stato di salute e nutrizionale, persino assetto genetico degli animali da esperimento, nella stragrande maggioranza dei casi costituiti da roditori. Sarebbe stato impensabile condurre sistematicamente ricerche su animali di provenienza ignota, con caratteristiche fisiche e genetiche indeterminate, in condizioni di salute e nutrizionali sconosciute o scadenti. Solo una becera propaganda antivivisezionista potrebbe avallare una simile informazione.

Mario Campli
Medico Chirurgo
Specialista in Chirurgia d'Urgenza e Pronto Soccorso


La sperimentazione animale. Aspetti giuridici e sociologici
di Stefania Menicali
Introduzione Commento critico
Cap. I - Introduzione al mondo animale Commento critico
Cap. II - Animali e sperimentazione scientifica Commento critico
Cap. III - Opinioni a confronto Commento critico
Considerazioni conclusive Commento critico


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Ultima modifica della pagina: 20 set 2004