Leggo nel libro "Ciò che i dottori non dicono" di
Lynne McTaggart: "la verità è che la
scienza medica non funziona poi così bene". Io
credo che sia in parte vero. A chi mi chiede perché
ho deciso di fare il chirurgo io sono solito dire che le
uniche classi di malattie che la scienza medica riesce
effettivamente a "guarire" sono le infezioni batteriche
(grazie agli antibiotici) e le malattie chirurgiche
compresi i tumori (grazie alla chirurgia), con buona pace
di tutti coloro che si accaldano su tali temi.
Ovviamente questa vuole solo essere una frase ad effetto
per le conversazioni nei salotti, ma nasconde alcune
constatazioni. La maggior parte delle infezioni batteriche
che spaventavano l'umanità perché portavano
quasi invariabilmente a morte si curano oggi con gli
antibiotici e non sono più un problema: basti
pensare a peste, colera, tifo, tubercolosi (e vi prego di
non prendere le mie affermazioni in senso assolutistico
altrimenti si falsa profondamente ciò che voglio
dire). Molti tumori, operati precocemente, vengono
debellati (penso al carcinoma mammario in fase precoce, al
melanoma, ai tumori della tiroide, del testicolo o anche
all'early gastric cancer) laddove invece se fossero
lasciati a loro stessi porterebbero a morte certa (o
quasi).
Le altre malattie si possono raggruppare in due categorie:
quelle autolimitantesi (cioè quelle che in fin dei
conti guariscono da sole) e quelle croniche. (Ricordo
ancora una volta che questa è una schematizzazione
eccessiva ed è ovvio che ci sono moltissime
eccezioni: ma io qui voglio solo impostare un discorso
metodologico). Per questi due gruppi di patologie non
abbiamo ancora trovato una cura vera e propria, cioè
una terapia tale da incidere sulla causa della malattia
portandola a scomparsa.
Questo però non vuol dire che la medicina sia
inutile. Infatti mentre continuiamo a cercare mezzi sempre
più efficaci abbiamo inventato molti altri modi di
avvicinarci alle malattie e risolverne i problemi.
Cioè se non riusciamo ad intervenire sulla causa
della malattia possiamo molto spesso agire sul percorso che
la causa stessa compie sul nostro organismo per fare danni
(cioè la patogenesi con terapie patogenetiche)
oppure alleviare i sintomi (con terapie sintomatiche).
Questo approccio può sembrare inutile solo a chi
vuole guardare le cose con una superficialità
banale: molte malattie che, diciamo così, guariscono
da sole (cioè sulla cui causa non riusciamo ad
agire) porterebbero a morte o invalidità se fossero
lasciate a loro stesse in attesa che l'organismo metta in
atto le sue difese, mentre questo non accade (o accade in
misura minore) se agiamo sulla patogenesi delle loro
complicanze e delle lesioni che procurano all'organismo. Mi
viene in mente il decorso della pancreatite grave (che di
fatto curiamo solo con soluzione fisiologica, cioè
acqua e sale - altra banalizzazione che però rende
l'idea -) che guarisce da sola se permettiamo all'organismo
di sopravvivere ai danni che provoca, oppure quello delle
ustioni estese che cicatrizzano per conto loro se evitiamo
che si instauri uno shock o un'infezione. In altri casi
agiamo sui sintomi: se qualcuno ha un'artrosi tale da non
permettergli di svolgere una vita normale, il fatto di
eliminare i dolori e consentire l'attività è
molto significativo anche se non possiamo per ora curare
l'artrosi stessa o interferire con il suo processo
distruttivo.
A me non sembra poco.
Fin qui quello che riguarda la nostra capacita' di "curare".
Poi c'è un'altra cosa che la medicina fa piuttosto bene, al punto che noi a volte non ce ne accorgiamo neppure: prevenire. E non mi riferisco qui né agli screening dei tumori né ai vaccini (che pure sono tra i mezzi piu' efficaci che abbiamo per risolvere problemi di salute), né tanto meno alla prevenzione ambientale. Molte malattie sono in realtà delle complicazioni di altre: la pancreatite acuta che citavamo prima è spesso una complicanza della presenza di calcoli nella colecisti, l'embolia polmonare è una complicanza della trombosi venosa profonda, il cancro del colon sembra derivare dai polipi dello stesso colon e così via. Il trattare la colecisti oppure la trombosi è trattamento patogenetico ma allo stesso tempo è prevenzione di altre malattie. Quanti sarebbero in più le morti per embolia polmonare se non avessimo capito questo nesso e non avessimo trovato il modo per agire sulla patogenesi della trombosi? Quanti pensano a quante malattie vengono del tutto evitate grazie a questo meccanismo? Una malattia evitata non ha bisogno di essere "curata".
E poi qualcuno mi faccia capire: vi risulta che i medici sostengano di aver trovato la "cura" per tutte o anche per la maggior parte delle malattie? Non credo proprio, ed è per questo che continuiamo a discutere, nei nostri congressi e sulle nostre riviste, di questi argomenti e cerchiamo di valutare in modo critico il nostro lavoro.
Per questo io, che sono un fautore dei fatti e dell'evidenza e del metodo rigorosamente scientifico ho letto con terrore l'articolo 1 del cosiddetto "decreto Bindi" che sancisce che "sono esclusi dai livelli di assistenza erogati dal SSN [...] le prestazioni sanitarie [...] la cui efficacia non è dimostrabile in base alle evidenze scientifiche disponibili": il principio è sacrosanto, ma un principio generale stabilito per legge si presta a molte letture pericolose: ad esempio, qual'è il "livello di evidenza" tale da essere accettabile per la legge? Qualcuno dei politici o dei burocrati che avanzano simili proposte ha mai letto da qualche parte che i livelli di evidenza sono diversi ed addirittura graduati da alcune scale e che pochi sono i trattamenti che rispondono al gradino più elevato di quelle scale?
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